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giovedì 5 maggio 2011
MAGGIOR LEGGERO
Giovanni Battista Coliolo o Culiolo nacque alla Maddalena il 17 settembre 1813 da Silvestro e Rosa Finga, famiglia di origine corsa. A 11 anni si arruolò nella Marina Sarda e per le sue doti d'agilità gli fu dato il soprannome di "Leggero". Dopo 15 anni di servizio fu nominato marinaio di 1° classe. Il 3 marzo 1839 avendo la sua nave fatto scalo a Montevideo disertò per raggiungere la Legione italiana a Montevideo. Era forte e coraggioso e conservava tutta la sua energia, nonostanta avesse le dita mozzate in vari arrembaggi. Ebbe un ruolo importante nel salvataggio di Garibaldi e della sua decisione di trasferirsi a Caprera. Non aveva un carattere facile, a Roma aveva ammazzatoncon una cannonata, il capitano Ramorino per vendicare la morte del suo amico Risso ucciso in duelo. Era rimasto a Roma ricoverato per una ferita al piede, ma poi era scapato caudioicante, per raggiungere Garibaldi a Cesenatico.Dopo l'avventura romana lo si trova in Costa Rica e a causa di un combattimento rimane ferito al braccio destro che gli verra poi amputato. Caduto prigioniero, fugge e dopo varie peripezie trova lavoro come guardia di dogana a Punta Arenas. si trasferì nella Repubblica del Salvador arruolandosi in quell'esercito come istruttore. Alla fine del 1860 ricomparirà a Caprera per trascorrere gli ultimi anni della sua vita accanto a Garibaldi
GARIBALDINI : LUIGI BOTTINI il castaldo del Generale (muratore Bottini)
Luigi Bottini era un bel vecchio, forte, complesso, sano, con barba michelangiolesca, due occhietti grifani, scrutatori, era genovese e non parlava altro che il suo dialetto. Nel 1853 a ventun anni dopo aver navigato mezzo mondo andò alla Maddalena a fare il muratore, e visse per moltissimi anni accanto al Generale che lui chiamava Garibaldi. " questo tipo di uomo schietto, dalle manieri semplici, dal fare bonario di galantuomo, che era sempre pronto a fare qualcosa tanto era viva in lui l'abitudine al lavoro, sia nella trattoria che nella vigna "Bottini dice di aver conosciuto il generale appena e venuto a Caprera: Sbarcarono a Caprera-allora non v'era ricovero alcuno per abitare- lui e Menotti giovanetto, e fu portato a spalle dalla nave il San Giorgio, di proprietà del Generale, il legname con cui fu costruita la prima casetta di legno. Siamo nel 1855, Menotti ne ha 15. Bottini andò a vivere a Caprera nel 1850. Aveva sposato Vincenza Scanadicolo, la cui famiglia veniva dalla vicina Corsica. La prima figlia della coppia Rosina, nacque alla Maddalena il 26 aprile 1856. Fu così per i figli sucessivi, le cui nascite si alternano con le nascite a casa Garibaldi, rafforzando il legame tra le due famiglie ed in particolare tra le donne ( la signora Vincenza prese a balia per breve tempo, la figlia di Battistina Ravello e del Generale). Nasce Antonietta, nel 1861 il primo maschio, Menotti che viene tenuto a battesimo da Menotti Garibaldi e da Anna Maria Susini, figlia di Pietro. Sucessivamente Domenica, Giovannettae Giuseppe nel 1878.
LUIGI BOTTINI
Bottini racconta della costruzione della prima casa di pietra da lui fabbricata "il Generale mi portava le pietre, ma non è vero che aiutasse a fabbricare" e accetta anche i rimproveri per eccessiva quantità di pietre portata. Racconta che sotto ogni angolo della casa fu sotterrata una moneta d'oro di quaranta lire. il Generale era impegnato durante la giornata in molte altre attività: di giorno lavorava sempre nell'isola, la sera leggeva e scriveva, andava a letto presto, ma per continuare a leggere..Si occupava insieme a Menotti e a Bottini alle bestie, in particolare delle capre selvatiche, che venivano addomesticate da Garibaldi. Nell'isola abitavano stabilmente Menotti, Frusciante, Basso, Bidischini e qualche volta anche Canzio.Bottini. Nel 1878 si stabilisce definitivamente alla Maddalena e realizza, avendo sopraelevato il primo piano, assieme alle figlie Giovannetta e Rosina l'albergo Belvedere uno dei primi alberghi dell'isola. Ricciotti Garibaldi vi soggiorna in occasione delle visite sull'isola. Bottini racconta del legame perdurante con alcuni membri della famiglia Garibaldi, si tratta dei Canzio, perchè poi Bottini afferma che dopo la morte del Generale, Menotti e Ricciotti non si sono più visti a Caprera se non una volta l'anno il 2 giugno. Anche Francesca Armosino si è allontanata per vivere con la figlia Clelia all'Ardenza presso Livorno. Canzio vi permangono spesso, vi tenevano animali da cortile, diversi figli di Canzio e Teresita si sposarono e Teresita vi rimase ininterrotamente gli ultimi anni della sua vita forse tra il 1898 al 1903, fu sepolta nel cimitero caprerino, poi chiuso con la sepoltura di Francesca e della figlia Clelia
lunedì 2 maggio 2011
LA NOBILTA'DEL BLU
Nel XIII secolo il colore più nobile è il blu, metafora di spiritualità. I pigmenti blu erano, l'oltremare ottenuto dai lapislazzuli, e l'azzirrite. Cennino Cennini nel suo libro dell'arte testimonia: "Azzurro oltremarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori; del quale non se ne potrebbe nè dire nè fare quello che non sia più.... E di quel colore, con l'oro insieme (il quale fiorisce tutti i lavori di nostr'arte) o vuoi il muro, o vuoi in tavola ogni cosa risplende". Era molto costoso associato al rosso porpora e all'oro. I pittori lo usavano con parsimonia sotituendolo spesso con un altro pigmento più economico l'azzurrite. AZZURRITE era ricavato dal minerale azzurrite un carbonato basico di rame. I due pigmenti hanno un aspetto molto simile per distinguerli si scaldava un frammento fino a farlo diventare incandescente, raffreddandosi l'azzurrite diventava nera e il lapislazzulo no. Macinata molto finemente l'azzurrite produceva un celeste pallido con una punta di verde, per una tonalità più scura bisogava macinarla più grossolanamente, ma in questo modo era difficile da applicare e veniva usata quindi una colla animale. L'azzurrite col tempo si polverizzava e cadeva.
GLI OLII
Gli antichi usavano olio di noce o di papavero crudi e purificati ( un metodo semplice per schiarire un olio è di esporlo per lungo tempo al sole su una bottiglia di vetro o cristallo). I COLORI: I colori tradizionalmente usati sono per il giallo: il giallorino e l'orpimento, per il rosso il ginapro vermiglione e la terra di siena bruciata la lacca della robbia ( questa era usata per le velature). Per l'azzurro, azzurro di smalto o vetro di cobalto ( chiamato anche fritta di Alessamdria). A Venezia i pittori lo trovavano facilmente grazie all'industria del vetro. Per il blu oltremare la pietra preziosa dei lapislazzuli, per il bianco bh che è carbonato di piombo. Questo bianco anche se molto velenoso ha 2 vantaggi, di seccarsi velocemente e di dare bellissimi riflessi. I neri erano esclusi dalla pittura, Leonardo si sa che adoperò la grafite. Nel 500 i toni scurivenivano ottenuti dai bruni come mescolanza con terra bruciata a cui venivano aggiunti colori in tenue quantità. E' ipotizzato che i pittori del rinascimento e soprattutto i veneti abbiano usato per un ultima leggera velatura l'asfalto ( bitume)che conferisce al dipinto un giallo dorato. L'unico inconveniente è che può attraversare gli strati pittorici e far screpolare i dipinti.
PITTUTA AD OLIO NEL RINASCIMENTO: L'IMPRIMITURA
Gli antichi davano una notevole cura nella preparazione dei supporti. Vi sono diversi tipi di imprimiture che variano a seconda dei materiali usati e a seconda dei supporti. I legni usati per le tavole erano di pioppo o di quercia poi si passò all'uso di tele di canape o di lino. Le imprimiture su tela avevano bisogno di una maggiore elasticità ottenuta con colle di glutine e l'uso di olio nell'impasto. Per alcune veniva usata colla di farina di frumento colla aggiunta di gesso o creta (carbonato di calce). Un'imprimitura adatta per le tavole era costituita da colla di formaggio (caseina) e gesso. Si passava ad una seconda imprimitura di grafite e di nero di vite sciolta in una leggera quantità di olio questo permetteva una buuona brillantezza. Per la tela si scelsero colle meno rigide della caseina. A questa imprimitura chiara seguirono sempre più preparazioni colorate che si sovrapponevano alla prima imprimitura di gesso e colla e contenevano anche dell'olio di lino o di noce con l'aggiunta di pigmento colorato. Questo viene citato dal Vasari: "Quando vogliono cominciare, ciò è ingessato che hanno le tavole o quadri, gli radono e datovi di dolcissima colla quattro o cinque mani con una spugna, vanno poi macinando i colori con olio di noce o di semi di lino ( benchè il noce è meglio, perchè ingialla meno) e così macinati con questi olii, che è la tempera loro, non bisogna altro, quanto a essi, che distendergli col pennello. Ma conviene far prima una mestica di colori seccativi, come bh, giallolino terra da campane mescolati tutti in un corpo ed un color solo, che quando la colla è secca impiastrarla su per la tavola.
giovedì 28 aprile 2011
GIORGIONE, TIZIANO, TINTORETTO, VERONESE
Nelle vite il Vasari dedica a Giorgione una decina di paginette. Di Giorgione poco sappiamo, era nato a Castelfranvo Veneto ma ancora ragazzo si era trasferito a Venezia per fare l'apprendista nella bottega di Giovanni Bellini. A 18 anni possedeva già un'ottima tecnica che gli consentì di mettersi in proprio. Ben presto diventò ricco. Acquistò una bella casa in uno de quartieri più eleganti della città ne affrescò la facciata, ornò gli interni di suppellettili pregiate, vi tenne mensa inbandita e ne fece luogo di convegno di dame spensierate. La natura l'aveva fornito di una voce melodiosa e di un certo talento musicale. Cantava con grazia e suonava la viola. Erano i suoi passatenpi quando non dipingeva. Oltre al Bellini i suoi maestri furono Carpaccio che gli ispirò il senso dell'eleganza e della bellezza, da Leonardo apprese l'uso del chiaroscuro e il gusto degli sfondi evanescenti. La lettura di un poeta Jacopo Sannazzaro autore dell'Arcadia che celebrava la sana vita dei campi, lo volse a quel genere buccolico che dominerà la sua pittura tra questi La Tempesta. Aveva un debole per le donne nude, le sue figure femminili sono corpi stupendi, al sesso Giorgione come Raffaello non sapeva resistere. Quando la sua ultima amante si ammalò di peste seguitò a frequentarla ne fu contaggiato e a soli 34 anni pagò con la vita la sua devozione e la sua incontinenza. Tiziano Vecellio di appena un anno più
giovane l'accompagnarono al cimitero. Tiziano nasce a Pieve di Cadore, di dove ragazzo era emigrato a Venezia nella bottega del Bellini aveva conosciuto Giorgione diventando amici. Nel 1511, anno della peste Tiziano fuggì a Padova. Nel 1513 tornò a Venezia e ottenne la carica di ritrattista ufficiale Dogi con uno stipendio di 300 corone l'anno. Campò fino a 99 anni lasciando numerosi dipinti come il Giorgione amò il nudo femminile. Dopo averlo visto Alfonso primo d'Este invitò l'autore a Ferrara. Ritrasse il Duca, l'ormai attempatella Lucrezia Borgia e un paccioso poeta di nome Ariosto che bazzicava quella corte gaudente e ospitale.
giovane l'accompagnarono al cimitero. Tiziano nasce a Pieve di Cadore, di dove ragazzo era emigrato a Venezia nella bottega del Bellini aveva conosciuto Giorgione diventando amici. Nel 1511, anno della peste Tiziano fuggì a Padova. Nel 1513 tornò a Venezia e ottenne la carica di ritrattista ufficiale Dogi con uno stipendio di 300 corone l'anno. Campò fino a 99 anni lasciando numerosi dipinti come il Giorgione amò il nudo femminile. Dopo averlo visto Alfonso primo d'Este invitò l'autore a Ferrara. Ritrasse il Duca, l'ormai attempatella Lucrezia Borgia e un paccioso poeta di nome Ariosto che bazzicava quella corte gaudente e ospitale.
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